mercoledì, Novembre 18, 2020
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La rete e l’informazione ai tempi di Covid-19

Social Media ai tempi di Covid-19: una disanima sul mondo della rete e dell'informazione durante la pandemia e dei cambiamenti nell'uso di Internet.

1. Introduzione

In un articolo di Patrizia Licata dell’8 giugno 2020 apparso su «Corriere Comunicazioni» si legge[1]:

La Commissione Ue chiede a Facebook & co. aggiornamenti mensili sulle azioni intraprese per arginare la diffusione di notizie false. Ed è previsto anche un codice di condotta. Entro fine anno si punta a una riforma sul controllo dei contenuti sui social. Intanto possibile appello alla “responsabilità” di Russia e Cina.

Una manovra «di forza», si può dire, da parte dell’Europa che mira ad arginare non soltanto più la malattia – visti i risultati rincuoranti dei primi giorni di giugno 2020, dove «sono sette le regioni che registrano zero nuovi casi»[2] – quanto più le fake news costruite ad hoc sull’argomento-malattia, disseminate su tutta la rete.

Ma facciamo ancora un piccolo passo indietro nella cronologia degli eventi: il 4 aprile 2020 il Governo istituisce l’«Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network». In un articolo del 15 maggio 2020, intitolato Covid-19 e contrasto alle fake news: dalla task force all’educazione digitale, Francesca Michetti scrive[3]:

Dalla task force istituita dal Governo per monitorare la diffusione di notizie false sulla pandemia di covid-19 alle iniziative della TV pubblica e dei social network, decisi a fare la loro parte nell’opera di corretta informazione della popolazione. Ma senza la collaborazione e l’educazione dei cittadini non si va lontano.

Michetti coglie in pieno il punto cruciale: l’operazione fondamentale in questa «epoca nuova», in questo «nuovo anno zero», è quella di costruire e mantenere un tessuto sociale in salute. La collaborazione dei cittadini si rivela, lungo il corso della cosiddetta «fase uno», l’unico vaccino disponibile. Lo sforzo di «ingegnerizzare» il comportamento degli individui, con il distanziamento di almeno un metro ed evitando i contatti interpersonali ravvicinati – sostanzialmente agendo come un «vaccino sociale» – bene ha ripagato il peso della quarantena. Secondo le stime dell’«Imperial College», «il ricorso ai lockdwons su larga scala […] ha ridotto la velocità di trasmissione del Covid-19 abbastanza da controllarne la diffusione in Europa», evitando potenzialmente «oltre tre milioni di morti»[4].

In molti, durante la pandemia, hanno parlato anche di «infodemia». In un’intervista di Elisa Spadaro al prof. Mario Morcellini possiamo leggere[5]:

[…] occorre chiamare in causa i media, soprattutto quelli che accecano i loro pubblici con notizie gridate e apocalittiche. Quasi che il sole non sorgerà il giorno successivo. Quello che serve agli operatori pubblici dell’emergenza è invece saper miscelare rassicurazione, educazione alla crisi e fatti di cronaca. Non è una professione equilibrata quella che punta alla drammatizzazione e anzi diventa irresponsabile in situazioni di crisi.

In tempi di crisi, insomma, serve una «educazione alla crisi». Rassicurazione, educazione e cronaca: in questi tre elementi il prof. Morcellini individua le colonne portanti della comunicazione emergenziale legata alla pandemia. I titoli e gli articoli strillati, «apocalittici», esasperatamente catastrofisti, che gridano al complotto dietro ogni angolo con il solo scopo di aumentare click e visite, e che non rientrano nei «tre canoni morcelliniani» – per così dire – fanno parte dunque di quell’«eccesso» di informazione (o informazione «eccessiva») che è l’infodemia. Che altro non è che una «epidemia di informazioni». In questa sovrabbondanza di dati, di elementi e di notizie, però, non tutti gli articoli strillati si configurano necessariamente come una fake news.

In questo studio, dunque, tenteremo una disanima di quella che è stata definita l’infodemia sviluppatasi parallelamente alla pandemia di Covid-19 in Italia, nel trimestre (marzo/maggio 2020) più difficile nell’intera storia repubblicana, e come tutto questo incida sui comportamenti sociali.

 

  1. Il cyberspazio nei luoghi del contagio: la rete ci ha salvato?

Al fine di poter meglio affrontare lo studio delle cause e degli effetti negativi di questa infodemia è però opportuno proporre una contestualizzazione degli «spazi del contagio» e dello «spazio delle notizie».

Il Paese ha affrontato la pandemia in varie «fasi», per «step». I primi casi di Covid-19 in Italia sono stati confermati all’Istituto Spallanzani di Roma: trattasi di una coppia di turisti cinesi, ricoverata «in isolamento dal 29 gennaio. Il 26 febbraio sono stati dichiarati guariti»[6]. Ricordiamo, infatti, che il primo focolaio vero e proprio di Covid-19 in Italia è stato localizzato al Nord, a Codogno (provincia di Lodi). Da lì, il contagio si è velocemente diffuso in tutto il Nord, e nelle settimane e mesi successivi a scendere nella Penisola. Soltanto fra il 17 e il 24 febbraio i casi confermati sono passati da 1 a 74[7]. Lo scotto più alto, alla data di giugno 2020, l’ha pagato la regione del Nord Italia.

È in questo scenario, alle prime avvisaglie del contagio, che ci preme mettere in risalto un fatto singolare: seguendo la cronologia a ritroso degli eventi, nella notte fra il 7 e l’8 marzo 2020 il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte emana il «D.P.C.M. 8 marzo»[8], che contiene norme sull’istituzione delle cosiddette «zone rosse» in Lombardia e altre quattordici provincie del Centro-Nord. Verso la sera del 7 marzo, per motivi ancora non del tutto noti, la bozza del «D.P.C.M. 8 marzo» trapela sul web. Il risultato è il panico generale. In questo particolare evento, è interessante notare come anche soltanto la bozza di un decreto presidenziale abbia avuto degli effetti considerevoli sulla popolazione. Il cyberspazio è riuscito in questo caso a dettare i tempi della notizia, anche in termini di gerarchia, su tutta l’infosfera. L’impossibilità di mantenere un controllo su determinati percorsi di diffusione delle notizie e la conseguente incapacità di rettificare in modo tempestivo le informazioni hanno portato alla sconvolgente sequenza di avvenimenti che tutti vedranno, nei giorni successivi, nei TG e sulle testate online: una fiumana di persone tenta di imbarcarsi disperatamente sul primo treno (o autobus) a disposizione, di notte, ritrovandosi assembrata nelle stazioni ferroviarie di Milano, con valigie al seguito. Ciò altro non ha fatto, naturalmente, che accelerare la chiusura dei confini regionali[9].

Il «corona-leaks», così potremmo chiamarlo, dei giorni 7 e 8 marzo 2020 ha innescato una seria riflessione, al livello nazionale, su quello che avrebbe dovuto essere un controllo più stringente dell’informazione veicolata, soprattutto in rete. Queste necessità, unitamente a una serie di fake news circolate nel mese di marzo 2020, si sono poi tradotte nell’istituzione dell’«Unità di monitoraggio», come già indicato supra.

Fra marzo e maggio 2020, grandi gruppi editoriali e molti brand nazionali hanno posto in essere ampie campagne di comunicazione, volte a promuovere la cultura dei «professionisti dell’informazione»[10]. Opera di lodevole intento sociale. Tutto ciò, però, non ha impedito la circolazione di fake news sui social media e su canali collaterali all’informazione canonica. Così il cyberspazio è diventato, improvvisamente, il motivo della contesa: fidarsi o non fidarsi di ciò che circola in rete? Ma non solo il cyberspazio propriamente detto ha sofferto di questa crisi, bensì tutti i canali digitali – chi in misura maggiore, chi in misura minore – sono stati interessati dal fenomeno. E l’Italia è stata, in questo caso, tristemente campione («Il Fatto Quotidiano» 2020)[11]. Si pensi alla notizia circolata su WhatsApp (!), secondo la quale sarebbe stato sufficiente bere un tè caldo con molto limone per «uccidere il virus quando si trova ancora nel cavo orale». Non è quindi un caso che «notizie» così palesemente infondate siano finite nella «black list» (parziale, si capisce) del Ministero della Salute[12]. Ben settanta fake news sono elencate in questa «black list», e sono – come si legge dal sito del Ministero stesso – soltanto le «più frequenti».

Ma quali sono state le dinamiche, le cause e gli effetti dell’infodemia di fake news in Italia relative alla pandemia di Covid-19? È opportuno, a questo punto, scendere a un ulteriore livello di dettaglio.

 

  1. Infodemia: quando le fake news diventano pandemiche

3.1. Premessa generale

Nel volume Fuori dalle bolle! Come sottrarsi alle supercazzole in rete, nel primo capitolo, il sottoscritto così si esprimeva:

Forse stiamo entrando davvero in quella che il sociologo francese Gérald Bronner chiama la «democrazia della credulità». D’altra parte, da tempo, l’antropologo Marino Niola lamenta il fatto che «sappiamo sempre di più ma capiamo sempre meno»: spopolano le spiegazioni semplici, monocausali […]. Il passato, l’esperienza, lo studio non sono più così fondamentali. Conta soprattutto ciò che appare nuovo, l’ultima cosa letta in fretta, vista o ascoltata sul web ed, eventualmente, in tv (CUCUZZA 2019: 23).

«Sappiamo sempre di più ma capiamo sempre meno»: è in queste parole dell’antropologo Niola che si consuma il dramma dell’analfabetismo funzionale, ossia quell’incapacità di comprendere ciò che ci circonda. A causa delle limitazioni cognitive dovute all’incapacità di comprendere, in questa fetta di utenti del web, si manifesta il cosiddetto «effetto Dunning-Kruger», quella condizione di distorsione cognitiva che porta un individuo poco esperto in un campo a sovrastimare le sue reali competenze. Si potrebbe applicare questa definizione a quel gruppo di persone individuate dal fortunato termine coniato da Enrico Mentana, i «webeti», ossia tutti coloro che rientrano in «quel 28% di noi» che, pur navigando in rete con discreta agilità, «non è che si renda veramente conto di tutto» (CUCUZZA 2019: 21).

Il dilagare di notizie false deve però essere ulteriormente contestualizzato, soprattutto in relazione allo stato dell’emergenza sanitaria: in un piccolo volume intitolato Manuale per difendersi dalla Post Verità, della «post-verità» si può leggere una definizione:

Non si tratta di singole mistificazioni, ma della trasposizione dell’intero sistema informativo da una rappresentazione soggettiva del vero a un’impalcatura costellata dal falso (PILLA, GIACOMELLO, DOLCE, BONANOMI 2017: 51).

È nella post-verità dunque il carattere della «ulteriorità», essa è una verità che «va oltre» i confini del normale terreno della critica, è una «verità ulteriore» che non si accontenta delle informazioni ufficiali, ma pretende – per soddisfare il bisogno di «ottenere la verità» – di «fondare» la sua verità. Mettendo insieme i dati che abbiamo sinora raccolto e illustrato proviamo dunque a tracciare alcune linee generali sull’andamento del sistema informativo in Italia durante i momenti più critici della pandemia. Prima di addentrarci in questa «discesa all’inferno» va però precisato un ultimo punto: il panorama dell’informazione in Italia è sempre stato, anche negli anni precedenti al Covid-19, un facile bersaglio delle fake news e della post-verità. La crisi sanitaria altro non ha fatto che esasperare ancora di più una dinamica pregressa e già di per sé stessa problematica e irrisolta.

 

3.2. Il fenomeno fake news ai tempi di Covid-19: caso studio

Parlare di fake news senza entrarvi in diretto contatto è pressoché impossibile. Per questo motivo, propongo una breve disamina di una fra le fake news più frequentemente circolate nel periodo acuto della pandemia nel primo trimestre del 2020.

La notizia, che si è insinuata persino nelle chat WhatsApp di migliaia di utenti, è quella che inviterebbe chi presenta sintomi influenzali riconducibili al Covid-19 a «bere acqua calda perché il patogeno muore a 26-27 gradi»[13]. Che sia un’assurdità è chiaro, dal momento che qualsiasi virus influenzale resiste alle temperature interne del corpo (circa 36,5°C in condizioni normali), ben superiori ai 26-27°C spacciati come «limite» superato il quale il patogeno muore. Ma in momenti di panico e di incertezza, l’uso della logica passa in secondo piano, a tal punto che a intervenire sulle colonne dell’«Adnkronos» è stata nientemeno che Susanna Esposito, Presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici («Waidid»)[14]. Se pure c’è un fondo di verità nel fatto che le alte temperature tendono a rallentare il diffondersi di patogeni delle vie respiratorie, questa teoria viene subito posta fuorigioco dalla totale mancanza di senso e di logica del bere acqua tiepida (26-27°C è poco più delle «condizioni standard»: 25°C) per «uccidere il virus», che per definizione non può nemmeno «morire». I virus, infatti, non appartengono tecnicamente né al regno degli esseri viventi né a quello degli esseri non viventi: dato che «mancano di alcune proprietà di altri regni della vita»[15], la biologia è ancora incerta su dove collocare e come classificare questa famiglia di «entità biologiche». È interessante notare come, in questo frangente, l’uso cristallizzato della lingua abbia ingenerato delle false concezioni: lavarsi spesso le mani «uccide» i batteri, che sono esseri viventi, ma non può «uccidere» i virus. Il motivo per cui il Ministero della Salute si è così ripetutamente raccomandato, tramite ampie campagne di comunicazione su tutti i media possibili, di lavarsi spesso le mani è ben diverso. È sufficiente conoscere la struttura base di queste entità biologiche: i virus, nella maggior parte dei casi, sono delle piccole capsule di sostanze lipidiche, cioè grassi. L’azione dei saponi, che tutti conosciamo, cioè di «sgrassare», unitamente al movimento frizionatorio delle mani, serve proprio a disintegrare questo piccolo involucro lipidico. Così facendo, il virus risulta sostanzialmente innocuo, poiché il complesso apparato di «inoculazione» del materiale genetico, che serve per aggredire le nostre cellule, è stato praticamente distrutto. Inoltre, come più volte indicato dal Ministero della Salute, il virus sembra propagarsi solo per mezzo delle cosiddette droplets, ossia le goccioline nebulizzate di saliva derivanti da colpi di tosse e starnuti di persone infette. Perciò, nessun alimento o cibo – come più volte ripetuto dalle varie fonti ministeriali – può essere veicolo di contagio. Il motivo per cui un bicchiere d’acqua tiepida debba debellare o scongiurare l’infezione, perciò, rimane pressoché oscuro.

Nonostante tutto, la bufala del bere acqua calda ha percorso la penisola in lungo e in largo, toccando migliaia di utenti nell’«intimità» dell’app di messaggistica più conosciuta e scaricata al mondo: WhatsApp. Da chi sia partita la falsa notizia, e come abbia fatto a propagarsi così in fretta, risulta ancora da chiarire.

Un pensiero, infine: la fake news in questione, proprio come l’infezione, è partita non si sa bene dove, come e quando, eppure ha «contagiato» in pochissimo tempo una platea di «ospiti» considerevole, diventando – di fatti – «virale». Non basterebbe questo a far sorgere qualche dubbio? Si tratta forse di una grottesca coincidenza nel mondo delle comunicazioni social e mass-mediali ai tempi di Covid-19? Io non credo.

 

  1. Modelli di comportamento e proiezioni future

La finalità di questo studio, come espresso nell’introduzione, è quella di proporre un’analisi di come l’infodemia del 2020 abbia intaccato i modelli di comportamento sociale e umano delle varie comunità, e quale possibile decorso possa avere in tempi medio-lunghi. Nello specifico, ciò che qui ci interessa è capire come i modelli di comportamento «social» si riflettano poi nella sfera psicologica e socioculturale.

Viviamo il secolo dei nuovi media. Come bene spiegano Fabio Ciotti e Gino Roncaglia, «l’introduzione delle nuove tecnologie digitali, così come ha determinato una diffusione sociale della “facoltà di comunicare”, sta favorendo una “diffusione sociale della creatività”» (CIOTTI, RONCAGLIA 2000: 386). A questa riflessione, si può ora aggiungere con assoluta certezza che i nuovi media devono «aiutare la divulgazione di notizie e informazioni che possono aiutare i cittadini a comprendere ciò che sta accadendo»[16], assumendo de facto un ruolo «istituzionale», e non più soltanto di «consumo», come scrive Claudia D’Ippolito[17]:

La pandemia ne ha [dei «nuovi media», N.d.R.] invece ricordato il ruolo di servizio pubblico e ha reso evidente che essere informati è fondamentale per l’esercizio della cittadinanza.

Nuovi media come mezzi di sopravvivenza. Sopravvivenza anche, e soprattutto, economica: decine di migliaia di aziende, infatti, nel primo quadrimestre del 2020 hanno potenziato i loro canali digitali anche di vendita online, proprio in virtù del fatto che

l’isolamento fa crescere la familiarità dei consumatori con il mondo Internet, spingendo i retailer a potenziare infrastrutture, operations e strategie omnichannel[18].

Insomma, la crisi scaturita dalla pandemia ha radicalmente trasformato i rapporti anche di tipo economico fra utenti e brand, poiché – come comprensibilmente osserva anche De Medici su «Digital 4» – «l’emergenza su vasta scala ha costretto la società a rallentare e a ripensare stili di vita professionali e personali»[19]. Il distanziamento sociale, nei casi di gravi disabilità o di condizioni di rischio per determinate categorie di persone, ha reso necessario, per un verso, da parte dei brand, di potenziare le architetture digitali per la vendita e l’offerta di servizi, per l’altro verso ha spinto quella fetta di utenti avulsa da Internet e dai nuovi media a muovere i primi timidi passi nel mondo della rete. Per questioni di banale – eppure non affatto scontata – sopravvivenza. L’impennata nell’uso e nella frequentazione della rete ha però naturalmente il suo rovescio della medaglia: prima su tutto, la trappola della disinformazione. Non è un caso, quindi, che la porzione di popolazione che più si è trovata esposta a questo rischio sia la platea degli adolescenti. Come si può leggere in un comunicato stampa di «In Salute News»,

nel periodo attuale, caratterizzato dalla forzata “reclusione” dovuta al diffondersi del virus Covid-19, l’uso dei social network e di internet in generale è ciò che permette il contatto degli uni con gli altri, e può rivelarsi un’ottima risorsa per il reperimento di informazioni se usata nel modo corretto evitando di cadere nella trappola della dinsinformazione (SMITH et al., 2020)[20].

Fra l’altro, come si può leggere in un articolo di Raffaella Menichini, «tra marzo e aprile aumenta il tempo trascorso online per la metà degli utenti dei social. Crescono le piattaforme di videochiamate e contenuti in streaming, ma anche il consumo di news»[21].

In sostanza, il quadro che emerge è quello di una popolazione più informata, più tecnologizzata, più attenta alle dinamiche che si creano in rete e perciò più attenta alle ripercussioni che tali dinamiche hanno sulla vita reale. Si potrebbe ipotizzare, con tutte le supposizioni del caso, che il distanziamento sociale e la gravità della crisi sanitaria abbiano portato una porzione di questi «nuovi utenti» della rete a frequentare percorsi di diffusione di notizie più genuini, diversi dai percorsi informativi a cui erano abituati pre-pandemia. Come nel caso del 46enne americano complottista dell’ultima ora sul Covid-19 che, una volta ammalatosi e toccando con mano la gravità della malattia, si è ricreduto immediatamente sul ruolo fondamentale di una corretta informazione e sull’adozione delle norme per il contenimento dei contagi[22]. Ma questa, tuttavia, rimane comunque soltanto una (bellissima) ipotesi.

La pandemia di Covid-19 non si può dire che non abbia procurato enormi danni all’intero sistema umano ed economico globale. Ma non è possibile pensare che, in questa particolarissima situazione che entrerà nei libri di storia, l’uomo non abbia saputo sfruttare l’enorme potenziale della rete per sopperire in qualche modo, persino, a una stretta di mano.

Michele Cucuzza
(contributo tratto da Annali dell’Istituto Armando Curcio vol. 2)


Riferimenti:

[1] LICATA P., Covid-19 e fake news, nuova stretta di Bruxelles sui social media, in «Corriere Comunicazioni», 8/6/2020, cfr. la URL: https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/covid-19-e-fake-news-nuova-stretta-di-bruxelles-sui-social-media/ (consultato il 9/6/2020).

[2] Come si può leggere in Coronavirus in Italia, il bollettino dell’8 giugno: 235’278 casi positivi e 33’964 morti, in «Corriere della Sera», 8/6/2020, cfr. la URL: https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_giugno_08/coronavirus-italia-bollettino-dell-8-giugno-235278-casi-positivi-33964-morti-cb31f578-a99a-11ea-b9d7-2bd646fda8c5.shtml (consultato il 9/6/2020).

[3] MICHETTI F., Covid-19 e contrasto alle fake news: dalla task force all’educazione digitale, in «Agenda Digitale», 15/5/2020, cfr la URL: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/covid-19-e-contrasto-alle-fake-news-dalla-task-force-alleducazione-digitale/ (consultato il 9/6/2020).

[4] Stime Imperial College: in Italia, 13mila morti in meno con lockdown anticipato, in «Il Sole 24 Ore», 8/6/2020, cfr. la URL: https://www.ilsole24ore.com/art/studio-inglese-grazie-lockdowns-evitati-oltre-3-mln-morti-11-paesi-europei-AD8NYKW (consultato il 9/6/2020).

[5] SPADARO E., Ruoli e (ir)responsabilità della comunicazione in situazioni di emergenza: il caso coronavirus e lo specchio deformante dei media, cfr. la URL: https://www.edizioniconoscenza.it/evidenza/ruoli-e-irresponsabilita-della-comunicazione-in-situazioni-di-emergenza-il-caso-coronavirus-e-lo-specchio-deformante-dei-media/ (consultato il 9/6/2020).

[6] Cfr. la URL: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?area=nuovoCoronavirus&id=5351&lingua=italiano&menu=vuoto.

[7] Cfr. la URL: https://coronavirus.jhu.edu/map.html.

[8] PIRONE D., Coronavirus, il nuovo decreto. Regole anti-contagio: piscine e palestre vietate, sabato e domenica niente shopping, in «Il Messaggero», 8/3/2020, cfr. la URL: https://www.ilmessaggero.it/italia/coronavirus_decreto_7_marzo_cosa_dice_regole_news_ultime_notizie-5098640.html (consultato il 12/6/2020)

[9] Coronavirus, il Sud non vuole l’epidemia. Ordinanze in 7 regioni, treni e bus in tilt, in «Il Messaggero», 8/3/2020, cfr. la URL: https://www.ilmessaggero.it/italia/coronavirus_italia_tornare_a_casa_zona_rossa_aggiornamenti_tempo_reale-5098744.html (consultato il 12/6/2020).

[10] Ricordiamo, giusto a titolo esemplificativo, lo spot pubblicitario circolato sulle reti Mediaset che invita i cittadini a riporre la loro fiducia negli «editori seri e responsabili».

[11] Coronavirus, Commissione Ue: “Italia tra i Paesi più colpiti dalle fake news durante la pandemia. Russia e Cina colpevoli, in «Il Fatto Quotidiano», 10/6/2020, cfr. la URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/10/coronavirus-commissione-ue-italia-tra-i-paesi-piu-colpiti-dalle-fake-news-durante-la-pandemia-russia-e-cina-colpevoli/5830402/ (consultato il 12/6/2020).

[12] Cfr. la URL: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5387&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto.

[13] LOPES M., Bere acqua calda contro coronavirus? La scienziata smonta fake news, in «Adnkronos», 24/2/2020, cfr. la URL: https://www.adnkronos.com/salute/sanita/2020/02/24/bere-acqua-calda-contro-coronavirus-scienziata-smonta-fake-news_XRkYJJK5rye2ORf4C9x3zM.html (consultato il 13/6/2020).

[14] Ibid.

[15] FERRARI M., Che cos’è un virus? È un essere vivente o no?, in «Focus», 13/3/2020, cfr. la URL: https://www.focus.it/scienza/salute/cosa-sono-i-virus (consultato il 13/6/2020).

[16] FIORDALISI M., Coronavirus, il ruolo fondamentale dei media. Ecco tutte le fonti accreditate, in «Corriere Comunicazioni», 14/6/2020, cfr. la URL: https://www.corrierecomunicazioni.it/media/fake-news/coronavirus-il-ruolo-fondamentale-dei-media-ecco-tutte-le-fonti-accreditate/ (consultato il 14/6/2020).

[17] D’IPPOLITO C., Media e piattaforme digitali durante il Coronavirus: il nuovo ruolo di servizio pubblico, in «Ipsos», 14/5/2020, cfr. la URL: https://www.ipsos.com/it-it/media-e-piattaforme-digitali-durante-il-coronavirus-il-nuovo-ruolo-di-servizio-pubblico (consultato il 15/6/2020).

[18] L’impennata dell’e-commerce e dei pagamenti digitali nell’emergenza: cosa è successo nell’ultimo mese, in «Digital 4», 3/4/2020, cfr. la URL: https://www.digital4.biz/marketing/ecommerce/e-commerce-coronavirus-valentina-pontiggia/ (consultato il 15/6/2020).

[19] DE MEDICI M., Società digitale: è tempo di adattare rapidamente le strategie aziendali, puntando sulle persone, in «Digital 4», 10/6/2020, cfr. la URL: https://www.digital4.biz/executive/digital-transformation/societa-digitale-e-tempo-di-adattare-rapidamente-le-strategie-aziendali-puntando-sulle-persone/ (consultato il 15/6/2020).

[20] Coronavirus e adolescenti, come cambia l’uso dei social media. Al via studio dell’Università di Parma, in «In Salute News», 28/4/2020, cfr. la URL: https://www.insalutenews.it/in-salute/coronavirus-e-adolescenti-come-cambia-luso-dei-social-media-al-via-studio-delluniversita-di-parma/ (consultato il 15/6/2020).

[21] MENICHINI R., Coronavirus, boom di smartphone e social. E Twitter offre i suoi dati alla ricerca, in «La Repubblica», 30/4/2020, cfr. la URL: https://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2020/04/30/news/lockdown_covid19_boom_di_smartphone_e_social_e_twitter_offre_i_suoi_dati_alla_ricerca-255286215/?refresh_ce (consultato il 15/6/2020).

[22] “Credevo che il Covid fosse una bufala”: complottista si ammala e finisce in terapia intensiva, in «Huffington Post», 29/5/2020, cfr. la URL: https://www.huffingtonpost.it/entry/credevo-che-il-covid-fosse-una-bufala-complottista-si-ammala-e-finisce-in-terapia-intensiva_it_5ed0baadc5b6d7d25853e7af (consultato il 15/6/2020).

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