domenica, Aprile 11, 2021
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Smart working: una rivoluzione all’improvviso

L’emergenza sanitaria Covid-19 ha accelerato un vero esperimento di sociologia. L’emergenza sanitaria che ha investito l’Italia dalla fine del mese di febbraio, legata all’epidemia di Covid-19 e alla necessità di adottare drastiche misure di distanziamento sociale con la chiusura di molte aziende e uffici, ha prodotto tra le sue conseguenze diversi esperimenti sociologici[1], tra cui uno riguarda l’adozione del modello di lavoro agile e a domicilio comunemente chiamato smart working.

Secondo i dati di un’inchiesta di Milena Gabanelli e Rita Querzé per il Corriere della Sera, prima dell’emergenza sanitaria in Italia solo il 2% dei lavoratori dipendenti era abilitato al lavoro agile, percentuale di gran lunga inferiore a quella dei Paesi europei più avanzati, tutti con una media intorno al 20%. Le restrizioni decise da Governo e Regioni hanno portato in poche settimane a una crescita numerica esponenziale, tanto che il traffico dati da linea fissa è aumentato tra il 20 e il 50%[2].

L’impatto sul lungo periodo di un simile mutamento nel modo stesso di concepire il lavoro sarà tutto da verificare: la sensazione è che molto dipenderà dalla durata delle misure di contenimento ma anche dal modo con cui le diverse realtà lavorative italiane saranno in grado di adottare lo smart working in modo più continuo se non duraturo. Da questo punto di vista, come per ogni ipotesi di grande cambiamento, anche su questo tema tra studiosi e commentatori si registrano opinioni in contrasto o addirittura in netta opposizione[3].

E i lavoratori? Detto della ricerca avviata da alcune Università italiane sul tema, sarà interessante analizzare l’impatto che un simile cambio di modello lavorativo potrà avere in futuro, specialmente se in qualche modo esso diventerà strutturale, come sembrano prevedere alcuni studiosi[4]. Da un punto di vista legislativo, d’altra parte, è prevedibile che anche le norme di legge legate al lavoro agile dovranno essere adeguate o rafforzate per quanto riguarda il lavoro dipendente, mentre ad oggi solo il lavoro autonomo è più disciplinato in questo senso[5].

Mattia Boretti


[1] Un gruppo di docenti di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma ha elaborato a inizio aprile un questionario dedicato a “La vita ai tempi del Coronavirus” che tra le domande ne contiene alcune relative al cambio di tipologia di attività lavorativa legata allo smart working: https://www.wltv.it/la-vita-ai-tempi-del-coronavirus-il-questionario-sociologico-delluniversita-sapienza/

[2] M. Gabanelli e R. Querzé, Coronavirus, smartworking obbligatorio per tutti ma ad 11 milioni di italiani manca la connessione, rubrica Dataroom/Corriere della Sera, 15/03/2020 – https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/coronavirus-smartworking-connessione-oltre-11-milioni-italiani-senza/deb45d24-66e8-11ea-a26c-9a66211caeee-va.shtml

[3] È il caso, rispettivamente, di un’intervista rilasciata da Domenico De Masi ad HuffPost il 15/02/2020 https://www.huffingtonpost.it/entry/coronavirus-impone-maxi-test-mondiale-sullo-smart-working-de-masi-in-italia-ce-una-resistenza-patologica_it_5e440ac7c5b61b84d3433541 e, sull’altro fronte, delle considerazioni di Simone Cosimi per Wired.it il 09/04/2020 https://www.wired.it/economia/lavoro/2020/04/09/smart-working-definizione-coronavirus-lavoro-casa/?refresh_ce=

[4] È il caso di Arianna Visentini, che tratta il tema in un’intervista ad Avvenire del 15/03/2020 – https://www.avvenire.it/economia/pagine/arianna-visentini-smart-working

[5] Per la cornice legislativa sullo smart working per il lavoro autonomo si veda https://www.pmi.it/economia/lavoro/approfondimenti/153832/autonomo-smart-working-legge-approvata.html

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